Hikari Kesho

 

CREDITS

fotografie    Hikari Kesho
progetto grafico    Giovanni Sattin e Alberto Lisi
post-produzione immagini    Stefano Lisi
impaginazione grafica e stampa    Centrooffset Master - Mestrino (Pd)
traduzioni inglese    Al Naber centro traduzioni Padova
traduzioni giapponese    Davide Spoladori
realizzazione grafica kanji    Claudio Zalunardo
testi e ricerca bibliografica    Michela Lazzaro
comunicazione e promozione    Studio Lbs Comunicazione Padova
casting    Michela Lazzaro
assistente di produzione    Antonella Marini
coordinamento organizzativo    Vittoria Nalin

 

il volume è stato realizzato con carte della Fedrigoni Cartiere S.p.A.
copertina   Sirio Color Nero
interno   Symbol Freelife satin
pergamena   GSK extra white

 

 

Lasciare in sospeso / Ferruccio Giromini

Questa brezza di primavera
Non scompiglia ma carezza
Nella penombra della sera.

Per fortuna, non sempre le cose sono come sembrano. Anzi, secondo una presa di posizione che può sembrare estremista, quasi mai lo sono. Di sicuro quelle cause che di volta in volta ci appaiono più evidenti sono al massimo concause, di certo non sono l’origine unica di quest’effetto che abbiamo sotto gli occhi. Dietro, vi sta sempre qualcosa di ignoto, almeno fino al momento in cui lo scopriamo. E poi scopriremo che anche lì dietro vi è dell’altro ancora ignoto. E così via.
Ma perché, se le cose stanno così, voler pensare e dire “per fortuna”? Ciò non accentua l’indefinitezza del reale, l’inafferrabilità della verità, l’insicurezza atavica dell’individuo? Forse. Ma nello stesso tempo moltiplica pure le occasioni combinatorie, impenna le probabilità di sorpresa, stimola la creatività propria e il godimento dell’inventiva altrui.
Oggi, poi, che godiamo dell’opportunità di avere a disposizione pressoché immediata se non tutto almeno di tutto, quasi tutto, da un lato le condizioni per stupirci dell’esistente sono diminuite e seguitano a scemare, ma dall’altro le tante fresche combinazioni producono nuove incidenze – quindi inedite novità, pronte a rimettersi (e rimetterci) in gioco nel gran calderone della società dello spettacolo che ci coccola e ci affligge con le sue infinite moine e manie.
Prendiamo le nuove eleganti figure prodotte da Alberto Lisi, fotografo di fama nel mercato dell’immagine, il quale nei confronti delle immagini del mercato, dopo lunga e onorata militanza, negli ultimi tempi comincia ad averne abbastanza. La sua ricerca di esteta e di tecnico si rivolge allora in una direzione inaspettata, e per l'appunto sorprendente. Donne legate, sì. Ma tale è solo l’apparenza. Per fortuna, non sempre le cose sono come sembrano.

Negli ultimi decenni la morale sessuale ha scritto uno dei capitoli più confusi della propria storia. Permissivismi in passato inconcepibili hanno portato alla ribalta, anche mediatica, coram populo, comportamenti che prima si era abituati a considerare solo sottovoce come aberranti e condannabilissimi. Nel contempo, sull’altro piatto della bilancia dell’ingiustizia (perché sappiamo ormai che la giustizia non è di questo mondo), sono risorti bacchettonismi che si credevano morti e sepolti, nuovamente professati con fede cieca da talebani di varie religioni. Il risultato è un caos persino superiore a quello dei secoli e millenni passati (bei tempi, forse).
Il caos non è che un insieme di cui ci sfugge il senso, l’ordine; e proprio nella misura in cui non ci permette di comprendere il suo significato, i suoi vari significati, è naturale che ci respinga e ci repella e ci spaventi. Ma, di nuovo per fortuna, non tutti se ne lasciano intimidire. Gli esploratori, più o meno coraggiosi, più o meno incoscienti, sono sempre esistiti. C’è sempre qualcuno che molla gli ormeggi tranquilli e salpa alla ventura, curioso di scoprire qualche nuova regola nascosta del grande caos tutt’intorno, o magari capace di inventarsi lì per lì regole ancor più inedite atte a spiegarne qualche piega. È così che è sempre accaduto, e che ancora accade, nell’affrontare la perlustrazione inesauribile della psiche umana e del suo più misterioso motore profondo, le regole della sessualità.

In un’ottica antropologica, sappiamo che le forme della sessualità umana rispondono essenzialmente non solo a pulsioni biologiche fondamentali, legate alla sopravvivenza e propagazione della specie e alla ricerca del piacere fisiologico, ma anche a predeterminati percorsi rituali, che con precisione aiutano l’individuo a sentirsi bene al suo posto nella società e nella realtà tutta e con se stesso. L’accettazione e la padronanza della propria vita sessuale sono alla base di un rapporto chiaro con il mondo esterno – e questo pur nonostante gli impedimenti e le trappole e i divieti disseminati da alcune forme repressive di pensiero religioso, diffuse per esempio nei paesi cristiani o islamici. Ma non tutto il mondo è paese, sempre per fortuna. E le vie del rito sono infinite.
Al di là del loro valore estetico, dunque, le immagini della serie Boundless di Alberto Lisi hanno anche un forte merito contenutistico: accompagnarci in modo originale e profondo, oltreché gradevole e apparentemente “leggero”, innanzi a problematiche complesse e coinvolgenti, tutt’altro che inconsistenti o, peggio, alla moda. Per l’arte di questo fotografo, una donna legata non è affatto – sic et simpliciter – una donna legata. E noi non ci troviamo affatto di fronte a una banale (e magari sovente un po’ trista e trita, diciamolo) operazione di feticismo e di prevaricazione maschilista, ma scopriamo anche con stupore di poter gradire e condividere la messa in opera di un rito radicato e giudizioso. Lisi ci aiuta, educatamente, a identificare un nuovo possibile percorso ordinato in quel che credevamo caos.

Il ricorso al Kinbaku, rigorosa arte giapponese della legatura erotica, appone già un primo evidente marchio di qualità all’operazione. Lo stesso Lisi chiarisce con appassionata precisione il suo metodo di lavoro, con tutte le specifiche che meritano la sua (e nostra) attenzione. In questo caso nulla è affidato al caso. O, meglio, c’è un “accordo guidato” con il caso, che può ricordare il percorso di scoperta del corpo che di volta in volta segue chi esercita l’arte del massaggio Shiatsu, per esempio, o l’intesa con le proporzioni e le forme degli elementi vegetali che guida la maestria dell’Ikebana, fino a raggiungere una disposizione gradevole per la vista e stimolante per l’intelletto.
Quel che è certo, in tale attitudine essenzialmente cerimoniale, è il perseguimento e la messa in opera di un procedimento sempre attentamente studiato, frutto di un progetto per nulla improvvisato (la fretta, si sa, è nemica di quasi tutto il buono). E di eleganza precisamente nipponica appare la ricerca di un punto d’equilibrio tra il casuale e lo studiato, o meglio lo studio del casuale in modo da ottenere un effetto di ordine non-euclideo.
In questo senso, sorprendente e vincente è la scelta di Lisi di servirsi per la sua ricerca di corpi non tradizionali, ovvero non di figure femminili minute come si usa normalmente in Oriente per le legature Shibari, ma di modelle di dimensioni generosamente floride. Non è certo la corda, difatti, il soggetto di queste immagini, bensì la donna – intesa come qualcosa di grande, esaltata in un trionfo di volumi e ombre. E la percezione estetica dell’abbondanza ha un sostrato antropologico atavico, forse addirittura cromosomico: la sensazione di pienezza, di calda sicurezza avvolgente.

Dunque: scoperta di bellezza, creazione di bellezza, contemplazione di bellezza.
Masse morbide come di marmi levigati.
Gioco e interazione di linee rette e linee curve, come in certa pittura non-figurativa volta verso l’astrazione geometrica.
(Bambù: flessibilità ma sicurezza; e canapa: fermezza morbida.)
La voluttà dell’abbandono.
Figure monumentali, forme meditative.
Il silenzio del raccoglimento: fatto il vuoto nella mente, la rigenerazione quasi mistica dell’anima.
Sì, “scultura vivente dinamica” e “pratica meditativa condivisa” sembrano definizioni particolarmente appropriate.
Haiku: la dolcezza della contemplazione poetica: la sospensione di attimi fuggenti.

Di fronte alla visione letteralmente accattivante & avvincente di tali immagini è richiesta sicura lentezza nell’osservazione: tutto ciò che qui non è immobile, si muove adagio. Molto adagio. In modo quasi impercettibile. E tutti, più lenti, più attenti, ci scopriamo più ricettivi e sensibili, più emotivi e amorosi. Ci ritroviamo sospesi in un’atmosfera sospesa, tra pensieri sospesi, a volte sospendendo anche il respiro. Ogni peso, qui, sospeso, è leggero, etereo come un lampo rappreso d’immaginazione.

Peraltro che cosa chiediamo oggi, ormai, alla fotografia? La naturale bellezza dell’innaturale.

 

 

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